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    Tassa di Soggiorno: come arrecare danno al Turismo

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    Le modalità con le quali è stata reintrodotta nel 2011 l’imposta di soggiorno, abolita nel 1989 alla vigilia dell’edizione italiana dei mondiali di calcio “Italia ’90” con l’obiettivo di favorire la competitività dell’offerta ricettiva del Bel Paese, sono la dimostrazione evidente del modo banale e semplicistico con cui il turismo viene affrontato e forse una delle cause più importanti della sua sofferenza. Immancabile poi, a cascata, la discussione che ne è sorta e che attualmente anima le cronache locali.
    La nuova tassa di soggiorno introdotta con l’art.4 del D. Lgs. n° 23 del 14 marzo 2011 in materia di federalismo fiscale municipale è un’imposta locale comunale facoltativa: ciò significa che i Comuni hanno la facoltà e non l’obbligo di applicarla (dunque nessuno può obbligare un Comune ad introdurre l’imposta e se lo fa è per sua libera e autonoma scelta e determinazione) tanto che lo stato dell’arte della sua applicazione a livello nazionale è assolutamente variegata.
    Questa situazione dimostra come “il legislatore” non conosca, o comunque non abbia tenuto in conto, le dinamiche dell’economia turistica creando così una situazione confusa e disordinata che arreca danno (la confusione) al danno (l’introduzione della tassa). Si pensi, per fare qualche esempio emblematico  sull’assurdità della questione, a chi gestisce strutture ricettive ubicate in Comuni diversi o ai tour organizzati alla scoperta di diverse località italiane o ancora  al fatto che località confinanti: tali operatori  si giocano la competitività non sulla diversificazione dell’offerta che è un valore aggiunto per tutti ma sulla presenza o meno dell’imposta.
    Se davvero la ratio della reintroduzione dell’imposta era di favorire la competitività del turismo, fatto che appare come una contraddizione di termini, si sarebbe dovuto prevedere perlomeno una disciplina nazionale e coordinata; i fatti dicono invece, che neppure il regolamento di disciplina generale della tassa previsto dal comma 3 dell’art.4 del D. Lgs. 23/2011 è stato ad oggi adottato dopo quattro anni dall’emanazione del Decreto e dire che il tempo previsto era di 60 giorni.
    La reintroduzione dell’imposta fu decisa dal Governo Italiano d’intesa con i Comuni -in particolare le grandi Città Metropolitane- tagliando fuori dalla discussione Regioni e Province, che infatti non hanno avuto e continuano a non avere alcun ruolo e funzione in materia di tassa di soggiorno, se non l’onere passivo (perché imposto dalla legge) di redigere l’elenco regionale delle località turistiche o città d’arte di cui al comma 1 dell’art.4 del D. Lgs.. Questo significa che Regioni e Province non possono in alcun modo interferire con i Comuni sull’applicazione della tassa di soggiorno e non partecipano in alcun modo ai proventi derivanti dalla riscossione della tassa. La vera motivazione, purtroppo, alla base della reintroduzione della tassa non fu quella d’istituire una fonte di finanziamento autonoma per lo sviluppo e la competitività del turismo.
    Perché se così fosse, non si capisce perché ad oggi continui a mancare una strategia nazionale sul turismo, perché la sua gestione sia frammentaria e disordinata e  non si sia mai adottato il suo regolamento attuativo, non sia esente dai vincoli del patto di stabilità, siano state escluse le Regioni che hanno competenza costituzionalmente sancita in materia di turismo, e più in generale non sia stato fatto un ragionamento armonico con altre forme di tassazione come ad esempio  l’IVA che in Italia per le strutture ricettive è più alta rispetto a paesi competitor quali Francia e Spagna.
    Il vero motivo fu trovare un’imposta locale che non gravasse direttamente sui residenti, per ovvi motivi diciamo di agibilità politica, in grado di compensare l’abolizione del gettito dell’ICI sulla prima casa! A dimostrazione di questo due fatti significativi: le città capoluogo di provincia possono applicare la tassa senza dover soddisfare nessun criterio mentre  tutti gli altri Comuni devono far parte dell’elenco regionale delle località turistiche. Il risultato finale di tale impostazione è che con i proventi della tassa si possa finanziare qualsiasi cosa perché tutto serve al turismo e che mai sia stato adottato il regolamento di disciplina generale lasciando a ciascun Comune la possibilità di gestire la tassa come meglio crede.
    Se analizziamo la principale motivazione a supporto della reintroduzione dell’imposta ci troviamo di fronte ad un tipico esempio di banalizzazione del turismo.
    La motivazione è che i Comuni devono sostenere un carico aggiuntivo di costi per servizi di cui i turisti usufruiscono e che essi non contribuiscono direttamente a pagare. Il fatto più grave, culturalmente parlando, di questa affermazione è che non si abbia la minima percezione del valore aggiunto che genera il movimento turistico nelle località in cui si sviluppa. Infatti l’aspetto più importante sul piano socio-economico da considerare, non è tanto l’incasso di un’imposta, quanto la capacità che il turismo ha di generare reddito e occupazione dove è presente, non solo per chi lavora direttamente nel settore ma anche per quella vasta categoria di professioni ed imprese che al valore aggiunto generato dal turismo sono strettamente connesse.
    Oltre che concettualmente, la motivazione che ha portato alla reintroduzione della tassa di soggiorno, è debolissima anche nel merito.  Se accettiamo il principio per cui il turista debba pagare in qualche modo forfettariamente i servizi di cui fruisce, la tassa di soggiorno è fortemente iniqua e inutile colpendo solo una categoria di turisti ovvero chi soggiorna in una struttura ricettiva, categoria meno numerosa e a minor intensità di consumo di servizi. Non è difficile capire, infatti, che nelle destinazioni turistiche – anche le grandi città d’arte –  la maggior quantità di persone che “consuma” servizi generali sono gli “escursionisti”, ovvero quelli che non soggiornano (da non confondere con chi pratica il turismo escursionistico) e chi utilizza per vacanza le cosiddette seconde case non essendone  proprietario.
    Che cosa fare di fronte a questa situazione assurda e dannosa? Non esiste alternativa che quella di azzerare il tutto, reimpostando il ragionamento sulle azioni e le strategie che servono per lo sviluppo e la competitività del turismo, analizzando quelle che possono essere le sue fonti esclusive di finanziamento.
    Mi rendo conto che la quadratura dei bilanci per gli Enti locali sia un problema di non facile soluzione, ma deve essere chiaro che una politica che guarda solo al contingente e non a un pensiero strategico per il futuro, è destinata ad involvere su se stessa.
    Abbiamo bisogno di speranza, di prospettiva e di occasioni per la crescita e lo sviluppo sostenibili; abbiamo un’economia che può darci tutto questo concretamente e si chiama Turismo. Non soffochiamola con le tasse e la banalizzazione!

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