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    Le startup del turismo valgono solo 700 milioni

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    Nei giorni scorsi su Info Data – data blog del Sole 24 Ore nato nel 2011 da una idea di Luca Tremolada e Andrea Gianotti come strumento per analizzare i fatti attraverso i numeri – è stato pubblicato un articolo sulle startup del turismo ed il loro valore economico.
    L’Osservatorio innovazione digitale nel turismo del Politecnico di Milano ha realizzato una ricerca su un campione di 556 startup, per un valore totale di 703,4 milioni di euro di finanziamenti.
    Ne emerge che le startup risultano troppo piccole, molto radicate nel territorio, sotto finanziate e con poca spinta all’internazionalizzazione.
    Nell’articolo viene evidenziato che “nonostante le grandi potenzialità del nostro Paese nel settore del turismo, nel 2016 le imprese italiane sono riuscite ad attrarre circa 20 milioni di euro, la metà dei quali sono andati però ad una sola startup, Musement. È il segno di un nanismo che si vede anche dal fatto che le imprese italiane rappresentano solo il 2% delle startup globali che operano in questo settore. Una percentuale molto bassa soprattutto se confrontata con altri settori come quello dell’industria 4.0 o dell’agrifood, in cui le startup italiane fanno decisamente meglio”.
    Secondo Eleonora Lorenzini, ricercatrice presso l’Osservatorio innovazione digitale del Politecnico e responsabile della ricerca, ” una parte della colpa si deve al fatto che quello del turismo è un settore dominato da pochi grandi colossi”.
    L’articolo evidenzia come “la metà del finanziamenti totali (392 milioni di euro) fa capo a sole 10 startup tra le quali non figura nessun nome italiano, ma solo imprese americane, tedesche, inglesi, cinesi e indiane come Oyo, la prima della classifica con 167 milioni di finanziamenti. Tra le ragioni della difficoltà delle startup italiane ci sono anche il grande radicamento nel territorio e la volontà di puntare su un modello di business rivolto più al consumatore finale che a investitori industriali: una scelta questa che richiede però finanziamenti enormi perché il mondo travel b2c è molto costoso”.
    Osservando i dati si nota come la maggior parte delle imprese italiane abbia puntato sul turismo culturale. Un settore nel quale le startup offrono soprattutto servizi di prenotazione e biglietteria (37% dei casi), esattamente come avviene a livello globale dove questo settore raccoglie il 69% delle startup totali. E tuttavia, a differenza dell’estero, in Italia questi servizi si concentrano, non su grandi servizi di prenotazione, ma su tour e attività con esperti locali. Oppure attività di supporto alla visita in loco (22%) attraverso eGuide e App.
    I dati relativi al periodo compreso tra agosto e settembre 2017 evidenziano che le imprese italiane hanno pochi dipendenti (tra 2-3 persone nel 33% e tra le 4 e le 10 nel 45%) e una bassa dotazione economica (il 44% prevede un fatturato per il 2017 inferiore a 25 mila euro).
    Pietro Ferraris, presidente dell’Associazione Startup Turismo,  evidenzia che “negli ultimi anni il livello delle startup associate è cresciuto molto ma il numero degli investimenti non è andato di pari passo. Nel 2017, tuttavia, c’è stato qualche timido miglioramento visto che gli investimenti compresi tra 500 mila euro e un milione sono passati da 1 a 2 e quelli tra i 200 e i 500 mila euro sono raddoppiati passando da 2 a 4”.
    Oltre alla più capitalizzata Musement, le imprese economicamente profittevoli si contano ancora sulle dita di una mano. Tra loro, ad esempio, Day Break Hotels, startup che ha superato il milione di euro offrendo servizi di hotel di lusso esclusivamente di giorno e quindi a prezzi scontati e Tripler, piattaforma per la produzione di video professionali per il settore turistico, che ha chiuso il 2016 con un fatturato di un milione di euro.
    Eppure, al di là dei casi isolati, ciò che secondo la ricercatrice Lorenzini potrebbe davvero aiutare il settore a crescere è puntare sulla tecnologia e sul settore b2c: “le startup dovrebbero concentrarsi, oltre che su un forte profilo tecnologico, anche su servizi e processi da offrire alle aziende consolidate che operano nel turismo. Si tratta infatti di un settore più facile da scalare e il risultato sarebbe positivo per entrambi: le startup troverebbero i finanziamenti di cui hanno bisogno e le imprese acquisirebbero un partner tecnologico capace di aumentare la loro competitività”.

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